sabato 26 aprile 2008

NON CI CAPIAMO NIENTE..

UNA QUESTIONE TERMINOLOGICA, MA NON SOLO

La terminologia è importante in ogni settore poiché ogni parola individua, o almeno dovrebbe, un concetto e lo declina nelle sue diverse sfumature, a volte leggere e sottili, altre volte con significative e importanti differenze.
Intorno al «mondo della disabilità», in Italia c'è una particolare confusione terminologica riconducibile in parte ad una sorta di discrezione, di imbarazzo, quasi di pudicizia, da parte di chi si avvicina a questo «mondo», in parte, ed è la maggioranza dei casi, dovuta all'ignoranza soprattutto di persone che dell'uso della parola, scritta o parlata, ne fanno un mestiere. In questi giorni si è svolta la fiera Dishow a Montichiari e nelle tavole rotonde c'era abbastanza confusione sui termini; così anche nei programmi elettorali in generale e, stando a quelli locali, Castelletti e Del Bono si affidano all'apparente politically correct «diversamente abili», mentre Paroli, per non far torto a nessuno, raddoppia l'attenzione ripromettendosi di favorire «la promozione dello sport per disabili e portatori di handicap».
Sembra quindi opportuno riportare, con il loro giusto significato, alcune parole e locuzioni oggi più ricorrenti commentando anche quelle palesemente errate.

MINORAZIONE: una perdita o una anormalità nella struttura del corpo o nella funzione fisiologica (comprese le funzioni mentali).

DISABILITA': sono le difficoltà che un individuo può incontrare nell'eseguire delle attività. La disabilità può essere una deviazione da lieve a grave, in termini quantitativi o qualitativi, nello svolgimento dell'attività rispetto al modo e alla misura attesi da persone senza la condizione di salute. (l'Organizzazione mondiale per la sanità - Oms - l'ha sostituito con Limitazione delle attività).

INVALIDITA': termine di carattere medico-legale che indica la «misura» della disabilità rispetto alla quale si ha diritto a un trattamento di carattere assistenziale, piuttosto che assicurativo o lavorativo. L'invalidità, che come la disabilità può essere temporanea o permanente, è misurata in punti percentuali per cui una persona può essere invalida, ad esempio, al 10% fino ad arrivare, nelle situazioni più gravi, al 100%.

HANDICAP: è una parola inglese la cui etimologia è riconducibile all'espressione «hand on the cap» (letteralmente «mano sul cappello») che venne introdotta nel mondo delle corse dei cavalli per assegnare una penalità ad un cavaliere il quale era costretto a correre tenendo le briglia con una sola mano, mentre l'altra doveva tenerla sul cappello. Ancora oggi, nel mondo sportivo, si parla correttamente di «gara ad handicap» per indicare la penalità, e quindi lo svantaggio di un concorrente rispetto agli altri.
Nell'ambito di cui stiamo trattando, l'handicap (l'Oms l'ha sostituito con Restrizioni della partecipazione) indica i problemi (l'ostacolo, la barriera architettonica, il disservizio) che un individuo può sperimentare nel coinvolgimento nelle situazioni di vita. La presenza di una restrizione alla partecipazione viene determinata paragonando la partecipazione dell'individuo con quella che ci si aspetta da un individuo senza disabilità in quella stessa cultura o società.

PORTATORE DI HANDICAP: data la definizione di handicap è evidente che la locuzione o la sua aggettivazione (handicappato) non hanno alcun significato perché assomigliano a un improbabile «portatore di barriera architettonica». L'handicap non è ascrivibile all'uomo, è una caratteristica dell'ambiente o una situazione esterna all'uomo che può determinare una situazione di svantaggio e dunque «non è portabile» come se fosse una caratteristica psico-fisica perché non gli può appartenere. In qualche rara occasione si è letta anche la variante «possessore di handicap» che più che per l'improprietà lessicale, ha fatto temere per una sua deriva di carattere tributario-fiscale!

DIVERSAMENTE ABILE: la locuzione, tutta italiana, si è fatta strada nel 2003 in occasione dell'anno europeo delle persone con disabilità divenendo la definizione politically correct. È sicuramente un «non luogo linguistico», o come l'ha efficacemente bollato Carlo Giacobini un'«ansiolitico linguistico», nato per sostituire, in maniera edulcorata, l'attempato «portatore di handicap». I promotori della locuzione (o del suo terrificante acronimo diversabile) sostengono che la definizione descrive la persona disabile senza discriminarla perché le viene riconosciuta un'abilità, tuttavia «diversa». Ma diversa da che cosa? Migliore o peggiore? Insomma sembra proprio che non funzioni, che non abbia senso, e per convincercene può essere divertente provare a cambiare aggettivo e situazione definendo, ad esempio, una ragazza «diversamente bella»: si intenderà indicare una bellezza particolare, o assomiglia maggiormente ad un giro di parole per dire che è brutta?
Accanto a questi termini di carattere generale è curioso constatare come spesso, soprattutto in riferimento a disabilità sensoriali, venga utilizzata una litote per cui il cieco è un non vedente e il sordo è un non udente.
Pur conscio che la dissertazione lessicale poco incide sulla qualità di vita e sull'accessibilità degli spazi, sembra tuttavia corretto in questa sede fare chiarezza sui termini e i concetti che gli stessi sottendono e concludere nell'indicare in persona disabile o persona con disabilità le locuzioni più corrette perché qualificano l'individuo come persona al pari di tutti gli altri connotandone la inequivocabile condizione di disabilità.

ALBERTO ARENGHI
Brescia

NOSTRO COMMENTO..

Terminologia usata da PIANETA CIECAGNA: popolazione n. 3 abitanti, due ciechi e un mezzo cieco tutti e tre diversamente rimbambiti e a  vario titolo non catalogabi…suggeriamo la semplicità in questi casi o in caso di dubbio definite un disabile ESSERE UMANO!-

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