sabato 3 gennaio 2009

cominciamo bele l'anno..

Il diritto all'uguaglianza contro ogni abuso
02-01-2009
Il Centro

Il 4 gennaio 1809 nasceva Louis Braille, inventore francese che ideò e realizzò l'alfabeto utilizzato dai non vedenti per leggere e scrivere. A tre anni si infortunò ad un occhio nell'officina paterna; l'infezione si propagò anche all'occhio destro e divenne completamente cieco. Sino ad allora per i non vedenti era in uso il metodo Hauy che però permetteva solo di leggere e non di scrivere. Divenuto professore dell'istituto presso cui era stato ricoverato, Braille inventò un nuovo metodo, basato su sei punti, che dal 1821 permette ai non vedenti di leggere e scrivere, anche le note musicali (codice musicale Braille).
 Il 10 dicembre 1948 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite, sull'onda delle atrocità commesse durante la Seconda Guerra Mondiale, promosse la firma della Dichiarazione universale dei Diritti umani, sancendo in 30 articoli i diritti individuali, civili, politici, economici sociali e culturali di ogni persona. A sessant'anni di distanza quei principi sono ancora attualissimi. La Dichiarazione dei Diritti umani, da quel momento punto di riferimento e minimo denominatore di molte costituzioni per eliminare discriminazioni ed abusi, anche se in alcuni paesi del mondo i diritti umani sono ancora un sogno. Principi che l'Unione Europea nel 2007 ha posto alla base delle attività dell'Anno europeo per le Pari opportunità per tutti, una visione pubblica del diritto di eguaglianza per rendere i cittadini dell'Unione più consapevoli dei loro diritti alla parità di trattamento e ad una esistenza libera da discriminazioni. Diritti attualizzati con i tempi, ma fermi nel loro contenuto so  stanziale. Nemmeno il professor Braille, probabilmente, immaginava quanto la sua invenzione avrebbe aiutato l'umanità ad abbattere le barriere della discriminazione e a rendere le persone non vedenti istruite e libere di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici. Scoperte di un singolo per il bene di molti.
 In questi sessant'anni la Dichiarazione dei Diritti Umani ha trovato innumerevoli applicazioni, ha salvato molte vite umane, ha ispirato i governi a migliorare la vita dei consociati, ha reso l'umanità migliore. Ma forse, alla base del processo che ci interessa, c'è ancora una conoscenza per alcuni versi superficiale e occasionale. C'è l'uguaglianza formale e quella sostanziale e poi i "diritti sociali" (indicati dalla Dichiarazione), che permettono il riconoscimento per ogni individuo del diritto alla vita, di sposarsi e di fondare famiglia, ad avere una proprietà personale od in comune con gli altri, alla sicurezza sociale, al lavoro e ad una remunerazione equa e sufficiente, al riposo e allo svago, ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute ed il benessere proprio ed alla famiglia. Ma se la nostra Costituzione (anteriore alla Dichiarazione), contiene già questi principi, molte nazioni faticano ad inserirli nelle proprie carte fondamentali; alcuni paesi african  i ed asiatici stentano a riconoscere il diritto di uguaglianza, alcune democrazie sono ferme, per alcuni versi, all'eguaglianza formale. Anche nella nostra Repubblica capita, a volte, che il diritto di uguaglianza rimanga una pura affermazione teorica. Un esempio è dato dalla disoccupazione: l'articolo 3 della Costituzione prevede la rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto libertà ed uguaglianza. Qual è il vero valore del riconoscimento del diritto al lavoro (articolo 4), quando poi esiste una percentuale elevata di persone disoccupate? Il raggiungimento dell'uguaglianza sostanziale, quindi, come massima espressione di realizzazione dell'individuo, attraverso una serie di norme ed azioni positive idonee a rimuovere la diseguaglianza e quindi la discriminazione. Scrisse Einaudi che «ogni individuo deve essere inizialmente posto nella medesima situazione di ogni altro individuo; sicchè egli possa riuscire a conquistare quel posto morale, po  litico che è proprio nelle sue attitudini di intelletto, di carattere morale, di vigore lavorativo, di coraggio, di perseveranza». Un grado di vincolabilità, quello del reale e concreto raggiungimento dell'uguaglianza sostanziale, che esiste per chiunque governi ed amministri una nazione, una regione, una provincia, una città.

Carla Tiboni
avvocato in Pescara

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